Nonostante fosse quasi la fine di ottobre, la temperatura era mite e la mattina riscaldata da un bel sole; il mare, riflettendo il cielo terso, era blu indaco.
Sulla banchina del Porto Mediceo di Livorno, era ancorata una nave in attesa di salpare per effettuare il collegamento giornaliero con le isole di Gorgona e Capraia. Come spesso accadeva, oltre ai passeggeri, avrebbe trasportato detenuti destinati a quelle colonie penali.
Poco più in là sostavano alcuni carabinieri che avrebbero dovuto scortare i carcerati alle loro destinazioni. Per ingannare l’attesa, chiacchieravano tra di loro e fumavano sigarette americane.
Proveniente dalla via Grande, il cellulare della Polizia Penitenziaria sbucò in Piazza dei Quattro Mori, arrivando in orario all’appuntamento.
Dal furgone scesero due guardie che aprirono il portellone posteriore e fecero scendere i detenuti i quali, con le manette ai polsi e in silenzio, misero piede a terra.
Indossavano pigiami da lavoro a strisce bianche e gialle; il chiarore improvviso fece loro socchiudere gli occhi e per proteggersi si portarono alla fronte il palmo aperto della mano.
Il loro arrivo suscitò la curiosità di quanti si aggiravano sulla banchina. Tuttavia nessuno dei prigionieri prestò loro attenzione e, in fila indiana, iniziarono a salire a bordo della nave. I loro sguardi erano come spenti, indifferenti a tutto ciò che li circondava.
Solo uno si guardava intorno e i suoi occhi esprimevano curiosità. Per la prima volta, oltre che il mare, vedeva una nave e l’insieme lo sorprendeva non poco.
Natalino era nato e cresciuto in un piccolo paese del basso veronese dove il mare era qualcosa di cui si parlava, ma che ben pochi avevano avuto occasione di vedere. Lui poi, primo di otto figli, aveva necessità più urgenti che pensare al mare: doveva procurare il mangiare per i fratelli più piccoli. Il padre era morto di pellagra e la madre era troppo provata, dalle maternità e dalla vita fatta di stenti, per potere lavorare. Perciò toccava a lui portare avanti la baracca.  
Alla morte del padre, Natalino aveva nove anni, era andato a lavorare sui campi, zappando tutto il giorno, tanto che alla sera la schiena gli bruciava per la fatica. Poi era venuta la guerra e con essa la fame e la miseria.
Quando era finita il ragazzo aveva cercato lavoro ovunque, senza riuscirvi se non saltuariamente per cui si arrangiava come poteva, ma non bastava mai. Era diventato alto e forte; i capelli neri incorniciavano l’ovale del viso, facendo risaltare due occhi azzurri.
Una sera al tramonto, dopo una giornata trascorsa a spaccare legna, era passato davanti alla macelleria del paese. Si era fermato a guardare dentro, cercando di immaginare come potevano essere buoni tutti quei salami appesi alle pareti e la carne…chissà come doveva essere gustosa la carne. Non aveva ricordo di quando fosse stata l’ultima volta che ne avevano mangiato  e quando i fratellini gliela chiedevano lui chiudeva i pugni e si inventava qualcosa, ma il dolore e il tormento gli restavano dentro.
“Maledetta miseria” imprecava.
Ora stava lì, davanti alla macelleria, con la fame che gli attanagliava lo stomaco. Dentro la bottega sembrava non ci fosse nessuno. Preso dalla disperazione, gli occhi dilatati dalla paura, in un attimo era entrato abbrancando quanti più salami poteva. Sopra una sedia aveva visto una sporta di vimini: l’aveva afferrata e aveva cercato di mettervi dentro quanto più roba possibile, compreso un pezzo di carne appeso ad un gancio di ferro.
In quel momento erano entrati i due fratelli proprietari della macelleria i quali avevano iniziato a sbraitare:
“Fermati ladro, molla la sporta - diceva urlando uno, mentre l’altro gridava - al ladro, al ladro”.
Natalino era così spaventato che non aveva nemmeno tentato di scappare. Si era sentito afferrare per il collo e cercando di divincolarsi aveva colpito ciò che gli si parava davanti. Centrato allo stomaco uno dei fratelli aveva perso l’equilibrio ed era caduto sul pavimento dove, dopo avere violentemente battuto la nuca, era svenuto.
“L’hai ammazzato, maledetto hai ammazzato mio fratello” aveva urlato l’altro macellaio e lo aveva colpito con il pestello di legno duro che serviva a rigirare la polpa di bue nel tritacarne. Il colpo, inferto con forza, aveva fatto svenire il ragazzo che era caduto riverso sul pavimento.
Natalino si era svegliato con la testa che sembrava piena di api e gli faceva un gran male. Aveva cercato di portare le mani al capo, ma non riuscendovi aveva abbassato lo sguardo e le aveva viste  serrate ai polsi da due braccialetti di ferro.
“Attenzione, si sta svegliando” aveva sentito dire da una voce che non conosceva.
“Stai buono ragazzo e non ti succederà niente” aveva intimato un’altra voce sconosciuta.
Lui aveva alzato lo sguardo e aveva visto tre carabinieri che lo stavano guardando. Era stato assalito dall’angoscia, ma ormai era troppo tardi.
Al processo aveva cercato di difendersi, dichiarando al giudice la sua fame, quella dei suoi fratelli, la sua miseria, il suo pentimento.
Era stato tutto inutile.
Condannato a otto anni di reclusione era stato portato nelle carceri di Verona. Quando aveva sentito la porta della cella chiudersi dietro le sue spalle, era stato come se gli avessero tolto la volontà di vivere.
Da quel momento si era rinchiuso in un disperato silenzio, interrotto solo per pronunciare le parole indispensabili.
Erano così passati quattro anni; lunghi, monotoni in cui la speranza aveva lasciato posto alla rassegnazione. Gli mancavano i suoi fratelli, il lavoro, l’aria aperta.
Duro sì lavorare i campi, ma era bello riposarsi sotto i salici, lavarsi il viso con l’acqua fresca dei fossi. Sentire le rane che gracidavano e pescare i pesci gatto nei canali d’irrigazione. Mentre qui in carcere gli mancava l’aria.
Un giorno il direttore lo fece portare nel suo ufficio.
“Natalino, tu hai fatto il contadino vero? Ti intendi di animali, di coltivazioni?” gli chiese.
“Si” rispose lui.
“Ascolta, fino ad oggi ti sei comportato bene, non mi hai mai dato grane o motivo di lamentarmi per il tuo comportamento. Sei un po’ strano, taciturno, ma non mi sembri cattivo. Che ne diresti di andare in un posto dove puoi stare all’aperto, coltivare la terra, badare agli animali? Penso che ti farebbe piacere” disse il dirigente.
“E dove signor direttore?”
“C’è una colonia penale di lavoro all’aperto in Toscana, nell’Isola di Capraia. Ti farò trasferire lì; il carcere è meno duro e ti troverai bene”.
Quando lo riportarono in cella, la sua testa sembrava impazzita: il lavoro, i campi, le bestie, ma che stava succedendo? La Toscana, l’Isola di Capraia. Ma dov’era la Toscana, quant’era lontana dal Veneto…e questa Capraia, quanto distava dal suo paese? Ma poi, come era fatta un’isola…lui non era mai stato su un’isola.
Passò le notti seguenti senza quasi mai dormire, con la testa piena di tutte queste domande.
Poi una mattina una guardia aprì la porta della cella.
“Natalino, preparati. Raccogli la tua roba che stai per partire e mettiti questo” gli disse, lanciandogli uno strano vestito a strisce gialle e bianche.
Fece quanto gli era stato richiesto e aspettò. Vennero due agenti che gli misero le manette ai polsi e lo portarono nel cortile del carcere. Salì a bordo di un grosso furgone e vide che all’interno c’erano altri disgraziati come lui. Sedette sulla panca di ferro e sentì il motore avviarsi e il furgone partì.
Il rumore monotono lo fece addormentare. Quando si svegliò, non avrebbe saputo dire quanto tempo fosse passato, il mezzo stava ancora procedendo e alle sue narici giunse uno odore che non conosceva, come di sale.
Quando il furgone si fermò, lo sportello si aprì e la guardia ordinò:
“In piedi, pronti a scendere”.
Fu aperta la grata di ferro che aveva lo scopo di impedire la fuga e scese a terra,felice di potersi sgranchire le gambe e restò a bocca aperta per la sorpresa.
Per lui fu come vedere la campagna quando il frumento è maturo: lo stesso ondeggio di quando il vento scuote le cime delle spighe di grano, solo che era di colore azzurro. L’aria era pregna di uno odore che inspirò profondamente e si sentì bene.
“Avanti, la nave non aspetta” ordinò il capo scorta.
Gli agenti fecero salire a bordo i reclusi, dove vennero rinchiusi in una cella.
Natalino osservava con grande curiosità quanto stava succedendo. Dopo breve tempo, udì il rumore della grossa catena collegata all’ancora che veniva ritratta e le pareti della nave cominciarono a vibrare. Il rumore dei motori era assordante, ma il giovane era troppo incuriosito per farci caso.
La nave si staccò dal molo e iniziò la traversata.
Nella paratia erano sistemati due oblò e Natalino passò tutto il tempo con il naso incollato al vetro. Mare e cielo sembravano confondersi in un tutt’uno senza confini e dopo circa tre ore, vide profilarsi i contorni dell’isola.
“Sembra fatta per le capre. D’altronde si chiama “Capraia” pensò.
Dopo un breve tempo i motori della nave smisero di pulsare. Quando i passeggeri del traghetto terminarono la loro discesa, il brigadiere dei carabinieri aprì la porta della cella e ne fece uscire i detenuti.
L’isola era ricoperta di basse piante, fitti cespugli e le rocce erano di colore rossiccio. L’aria era profumata. Sulle pendici dolcemente degradanti della collina, si scorgeva la sagoma di una torre antica; poco più in là si ergeva una grande rocca costruita a picco sul mare. A destra, come facessero parte di un presepe, le case tinte a vari colori formavano il piccolo paese dal cui centro svettavano il campanile e la facciata della chiesa. Una lunga discesa portava al borgo del porto, al cui limitare era stata eretta un’altra chiesetta. Il tutto aveva un aspetto tranquillo, non sembrava una prigione. In alto, sui crinali delle colline circondanti l’abitato, si vedevano numerosi muretti a secco che delimitavano terrazze coltivate a vigneto.
Sul molo i carabinieri si accinsero a scortare i nuovi venuti lungo la strada che portava alla colonia penale vera e propria, composta da edifici sparsi in un’area molto ampia.
Stava camminando tra le case del paese, quando i suoi occhi furono attratti da una ragazza con lunghi capelli neri che, affacciata alla finestra, stava osservando il piccolo drappello di prigionieri. Il suo viso era dolce, la carnagione leggermente ambrata ne faceva risaltare i tratti gentili e gli occhi neri.
Il cuore del ragazzo sembrò fermarsi: non aveva mai visto niente di più bello. Per un attimo strinse gli occhi come a volere fermare quell’immagine e conservarla dentro di sé.
Sentì tirare la catenella collegata alle manette e ciò lo riportò alla realtà.
I detenuti si inerpicarono lungo una ripida salita e passarono sotto un arco di pietra, chiuso da una cancellata di ferro. Proseguirono in silenzio e vennero condotti all’Ufficio Matricola e quindi scortati nelle loro celle.

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