Una sola lampadina, appesa a un filo, ciondolava giù dal soffitto.

Formava piccoli cerchi regolari raggiungendo, con la sua flebile luce, anche l’angolo più nascosto, ogni qualvolta la porta si apriva lasciando entrare il vento gelido che, nelle mattine d’inverno, spazzava le vie di Parigi.

La bottega era piccola e il vecchio Claude se ne stava seduto sul suo sgabello, nascosto dal cavalletto lanciando, di tanto in tanto, occhiate furtive e curiose verso la strada.

Il suo studio d’artista c’era sempre stato, o così almeno pareva nella memoria dei passanti e sembrava formare con Place du Théatre un’anima sola.

Quella mattina Sophie si era alzata presto, aveva raccolto i capelli in una coda di cavallo e aveva infilato la testa dentro ad un caldo cappello di lana color beige, come il morbido cappotto stretto in vita da una cintura che la avvolgeva fino alle ginocchia, mentre degli stivali scuri tenevano al caldo le gambe.

Era lontana da casa sua, abitava nel XX° Arrondissement a Belleville, ma aveva deciso di prendere il metrò per raggiungere il quartiere di Pigalle.

Salita sulla collina di Montmartre, voltandosi di tanto in tanto ad ammirare l’immensità della sua città, girò intorno alla Basilica del Sacré Coeur e si fermò davanti alla bottega che cercava, sebbene lungo il tragitto ne avrebbe potute trovare altre più dignitose.

L’aveva notata un giorno, non rammentava bene quando, ma si ricordava di essersi soffermata davanti alla vetrina attirata da tutti quei quadri dai colori vivaci e appena decise di acquistare un quadro per il suo salotto nuovo fu subito a quel piccolo laboratorio che la memoria la riportò.

Aprì la porta avvolta dal profumo dei croissant proveniente dalla vicina boulangerie e il vento gelido la spinse dentro smuovendo la lampadina, richiudendo la porta e facendo tintinnare i campanellini sistemati sopra di essa e che annunciavano le visite.

Prima che Claude distogliesse l’attenzione dalla tela che stava dipingendo, Sophie ebbe il tempo di guardarsi attorno chiedendosi che cosa mai vi avesse trovato di così straordinario quel giorno lontano passando di lì.

I quadri erano accatastati contro il muro ingiallito e scrostato, uno contro l’altro, senza protezione alcuna, come se una volta fatti fossero ammucchiati senza un ordine preciso, senz'altra cura. Le tele erano nude e la polvere vi aveva formato sopra una nebbia grigiastra che non ne impediva però la visione.

«Desidera madame?» la testa di Claude apparve a Sophie da dietro la tela con la barba lunga, folta e ingrigita da quella stessa nebbia che sembrava coprire tutto lì dentro.

Gli occhi grandi, segnati dagli anni vissuti, erano incorniciati da folte sopracciglia che s’increspavano ogni volta che il suo volto mimava un’emozione. Il naso era piccolo, reso quasi invisibile dalle narici larghe, con una macchia di color giallo sulla punta, frutto di una pennellata vivace.

«Cercavo un quadro per il mio salotto monsieur» rispose Sophie sporgendosi di lato per vedere meglio il suo interlocutore.

Claude si lasciò sfuggire un sorriso per l’ovvietà di quella risposta, non vendeva patate lui.

«Certamente. Madame vuole un quadro per il suo salotto ed io per magia dovrei tirar fuori ciò che cerca. Le sembrano cose da chiedersi?»

Sophie indietreggiò sentendosi in colpa, senza neppure sapere perché, mentre Claude si avvicinò a lei mostrando la sua corporatura esile dentro abiti troppo grandi per lui, macchiati di colore come la punta del suo naso.

Le prese la mano con la sua e la baciò sfiorandola appena con le labbra, aggiungendo con tono paziente: «Madame, un quadro non è una cosa da appendere al muro per rifinire una stanza. Un quadro è la stanza»

«Che intende dire?» Sophie lo guardava con aria stupita.

«Un quadro ha un’anima, madame, come lei e me. Rappresenta le emozioni di chi l’ha dipinto e di chi decide di acquistarlo.»

«Comprendo» ma Sophie aveva capito soltanto che quel vecchio pittore era sicuramente un tipo eccentrico e un po’ troppo fissato. Un quadro era solo una raffigurazione di un qualcosa, secondo lei, niente di più.

«Come si dovrebbe scegliere un quadro allora secondo lei?» chiese con aria ironica e indisponente.

Sophie era stata educata ad aver rispetto per gli anziani, ma quel vecchio presuntuoso la spazientiva. Non era sicuramente un pittore di grido e a giudicare dalle condizioni della sua bottega non vendeva un quadro da secoli.

Claude le voltò le spalle, tornò al suo sgabello e riprese a dipingere, senza più guardarla, aggiungendo semplicemente: «Ascoltando, madame. Ascoltando»

Ascoltando. Questa era bella, Sophie rise fra sé, non gli aveva chiesto un disco, aveva però capito che se voleva un quadro doveva far da sé. Cominciò a guardarli uno per volta, non intendeva darla vinta a quel vecchio. Sarebbe tornata a casa con il quadro adatto al suo salotto nuovo.

C’erano quadri d’ogni tipo a dir la verità. Raffiguravano nature morte, ritratti, vie cittadine, fiumi e vallate. C’erano un vecchio galeone in mezzo al mare in tempesta, una rappresentazione della mietitura, campi in fiore. Sophie ne aveva notato uno o due che potevano fare al caso suo, i colori usati si adattavano perfettamente alla tappezzeria del salotto.

A un tratto le parve di vedere muovere qualcosa vicino a lei, si girò pensando a un topo, d’altronde in quel posto sicuramente ce n’erano.

Nulla, nessun movimento. La sua attenzione però fu attirata da un quadro. Si avvicinò pian piano per osservarlo, era appeso al muro. Non era polveroso come gli altri ed era in bella vista, solo che non lo aveva notato prima.

Raffigurava una baia, dove il bosco sembrava arrivare fino all’acqua. Una donna coglieva della frutta da un albero riempiendo un cesto, mentre un bambino giocava ai suoi piedi.

Era una mattina fresca e la rugiada aveva formato una nebbiolina che mostrava a poco a poco, aprendolo al giorno, tutto il paesaggio.

Il mare in lontananza si apriva del tutto tra le scogliere lasciando intravedere la sua immensità, mentre le piccole e calme onde mattutine arrivavano silenziose a riva lasciandola poi senza alcun rimpianto.

Gli uccelli salutavano felici del nuovo giorno e la donna li accompagnava con una melodia simile al loro canto, osservando di tanto in tanto il bambino che rideva e seguiva divertito una fila di formiche già a lavoro.

Una brezza lieve smuoveva le foglie degli alberi e soffiava tra i capelli della donna che, di lì a poco, il sole estivo avrebbe riscaldato.

Dopo aver osservato a lungo quell’immagine Sophie si voltò a guardare gli altri quadri per qualche istante e poi di nuovo tornò a guardare quello, finché si accorse che il vecchio pittore le era accanto e la stava osservando.

«Ha trovato il quadro per il suo salotto madame?»

«Si monsieur» rispose Sophie senza distogliere lo sguardo da quel quadro e, senza più dire una parola, attese che il vecchio pittore lo staccasse dal muro e lo avvolgesse nella carta da pacchi assicurando il tutto con filo di spago.

Sophie pagò una cifra irrisoria quel quadro che le aveva dato un'emozione così grande, ma Claude non volle accettare di modificarne il prezzo sebbene ci avrebbe guadagnato.

Pochi minuti dopo la porta si chiuse, facendo disegnare i soliti cerchi alla lampadina appesa al soffitto e lasciando che Sophie fosse nuovamente accolta dalla strada.

Il vecchio Claude andò a togliere un quadro dalla pila che era accatastata contro il muro, ci soffiò sopra per mandar via la polvere che vi si era depositata e lo sistemò con cura al posto di quello appena venduto, osservando dalla giusta distanza la sua opera.

I suoi tratti decisi e pieni di colore avevano raffigurato le vie trafficate di Parigi, il profumo dei croissant, il vento di una fredda mattina d’autunno e una giovane donna con il cappotto beige che passeggiava felice con un quadro sotto il braccio.

 

 

 

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